Sergio Leone nasceva 90 anni fa.
I suoi film leggendari hanno lasciato un segno epico nella storia del cinema. Il nome del regista lo associamo, senza sbagliare, alle pistole fumanti di Clint Eastwood a alla melodia struggente e intensa di Ennio Morricone. Oggi, siamo qui per ricordarlo.

Lo ricordiamo perché già da quand’era ragazzino Sergio Leone (3 gennio 1929 – 30 aprile 1989) capisce di dover tracciare nuove strade. Ha 12 anni, quando gli danno una piccola parte in un film. D’altronde i genitori (suo padre Vincenzo era un regista), quel mondo lo frequentavano da sempre. Sarebbe stato semplice, era già tutto scritto, se solo l’avesse voluto. Ma il richiamo alla macchina da presa era troppo forte. E lui decide di seguirlo: non era tagliato per fare l’attore. Al piccolo Sergio interessava chi gli attori li dirigeva. Voleva essere un regista.

Comincia così come aiuto regista, il film è uno di quelli importanti, Quo Vadis?; ed è il 1951. Poi otto anni dopo arriva un altro colossal, stiamo parlando sempre di pezzi grossi del cinema: Ben Hur.

Sergio sa aspettare, capisce che l’occasione prima o dopo arriverà, non si accontenta di partecipare alle grandi imprese, lui ne vuole una a firma sua.
Gliela offre una leggenda, Il colosso di Rodi, nel 1961. Un esordio placido, dove forse non riconosciamo la grande impronta del regista romano; ma si sa, forse anche lui doveva ancora iniziare a capire di cosa era capace. Il film non è noto ed è l’unico a firma del regista non musicato da Morricone, di cui Leone era compagno di classe alle elementari; nota bene: capire cosa davano da mangiare ai ragazzi in mensa. Non può essere solo un caso. Non pensate, però, che Sergio Leone non avesse già il carattere che lo ha portato a essere il re della foresta cinematografica.

Guardate cosa dice Carlo Verdone ricordandolo in un aneddoto:

Volto molto più noto del regista, Derek pensava che Leone non fosse all’altezza del compito. Deciso più che mai a proteggere il suo progetto – e la sua dignità – Leone si impose e al posto di Derek fu scritturato Rory Calhoun “il Cary Grant dei poveri”.

Dopo questo film Leone è pronto: nasce la trilogia del dollaro e un nuovo genere, gli spaghetti westernPer un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965), Il buono, il brutto e il cattivo (1968).

Fu una rivoluzione (in salsa italiana). Quelli in fondo erano altri tempi, il nostro Paese non era il sacro romano impero, ma un motore ruggente e fiammante. Un altro mondo.

Torniamo al sacro romano impero, anzi no, andiamo in Grecia, dove c’era il colosso, ma anche là attorno, dove narra Omero. Perché i pistoleri di Leone sono così, come Ulisse, mitici ed eroici, maschere che servono a demolire gli stereotipi e a ricostruirli, i personaggi non sono quelli conosciuti fino ad allora, non sono bianchi o neri, sono grigi, in loro convivono bene e male. Una visione straordinariamente moderna, che ancora sopravvive oggi. Leone lancia Clint Eastwood, le battute diventano leggenda, le musiche ancora oggi sono mitiche.

Alla trilogia del dollaro segue la trilogia del tempo: C’era una volta il West (1968), opera malinconica e sublime; Giù la tesa (1971), ambientato durante la rivoluzione messicana di Pancho Villa ed Emiliano Zapata, dove compone un ritratto spietato dell’idealismo e della disillusione della rivoluzione, che è anche uno specchio della società; e infine C’era una volta in America (1984), pura poesia intrecciata nella memoria, nella Storia e nella nostalgia di un paese, il nostro, emigrato in cerca di sogni e di speranza. Tratto dal romanzo di Harry Grey The Hoods ebbe uno scarso successo di pubblico, ma con il passare del tempo il film è diventato un gioiello prezioso, uno dei film più belli e struggenti di sempre.

Ci piace pensare ci stia spiando da dove si trova ora, in qualunque posto sia. Magari pensando a che ritratto fare di noi o solo a ricordare.
Un po’ come Noodles, il personaggio interpretato da Robert De Niro in C’era una volta in America. Una scena bellissima e nostalgica, sulle note dolci di Amapola. Lo vediamo come Noodles, tornato a New York per arrotolare il filo della memoria e ricordare quando, da ragazzino, spiava Deborah, l’amore della sua vita (una già allora bravissima Jennifer Conelly) dalla feritoia nel muro. Un capolavoro assoluto.