Sono già 20 anni che è morto Stanley Kubrick.
Uno dei più grandi registi della storia, uno dei pochi degni di esser definiti un maestro.
Non solo regista ma anche attento scenografo ed esperto di fotografia, appassionato di musica e consapevole dell’importanza della colonna sonora come elemento fondante della narrazione.

I suoi 13 lungometraggi hanno segnato la storia della cinematografia. Pochi premi vinti, un solo Oscar per gli effetti speciali di 2001 Odissea nello spazio ma una influenza sulla cultura occidentale che in pochi possono vantare. Un professionista attento, un autore vero e proprio con i suoi feticci e i suoi colpi di genio. Piani sequenze come marchio di stile, attenzione al montaggio in ogni dettaglio, lunghe scene di lenti dialoghi da rivedere più volte per cogliere appieno.

Mi sembra ieri quando nei pomeriggi dei primi anni delle superiori mi gustavo per la prima volta Arancia Meccanica, grazie alla collezione di videocassette del mio compagno di banco – ed amico – Filippo. Adesso che ci penso, mi sa che non ti ho mai ridato nemmeno il romanzo di Anthony Burgess dal quale è tratto il film: spero ormai sia tempo di indulto.

Sembrano passati solo pochi giorni da quando correvamo al cinema a vedere Eyes Wide Shut, convinti dai giornali e dal passaparola mediatico di assistere addirittura a qualcosa di estremamente pruriginoso. Ed invece erano solo delle genuine “feste eleganti” ante-litteram.

Se mi sembra ieri l’andare al cinema per gli allora coniugi Cruise-Kidman, mi sembra al massimo l’altro ieri il gustarmi in un pomeriggio estivo il VHS di Full Metal Jacket. Noleggiato a 13 anni con la tessera di mio padre, il che mi rendeva libero da ogni censura e da ogni vietato ai minori. Educazione Siberiana nel Quartiere Stadio e un bagno nella realtà dei liberatori americani, sempre prodighi nell’esportare la democrazia a suon di napalm e bombe sui civili. Oltre che un sacco di altri traumi di diversa natura e una certa angoscia della visita per il servizio di leva e di far la fine di Palla di lardo.

Le pellicole del maestro si intersecano nella mia vita. Spartacus, Barry Lindon, Lolita, Orizzonti di Gloria ed Il dottor Stranamore visti a Bologna ai tempi dell’università, quando con pochi euro a visione si aveva l’opportunità di assistere a rassegne cinematografiche incredibili, con delle vere e proprie chicche che in un’epoca pre-internet erano puro oro. E poi c’erano i bellissimi di Rete Quattro, delizia notturna e uno dei motivi principali per cui amavo l’estate.

Ricordo Shining visto la prima volta alla tv generalista, dove con la pubblicità un film durava quasi quattro ore finendo alle due di notte, senza il second screen del cellulare ad aiutarci nei tempi morti, rischiando costantemente di addormentarsi in queste pause infinite. Sembra passata un’era geologica, con lo streaming moderno l’idea stessa della pubblicità è diventata quasi obsoleta. Jack Nicholson e la sua follia, il ballo e la festa dei fantasmi, scene viste quasi in catalessi, spezzoni che avrei voluto poter tornare indietro per rivedere e capire meglio. E invece magari ho dovuto aspettare dieci anni per aver di nuovo questa opportunità.

Ricordo 2001 Odissea nello spazio e quel monolite nero, l’arcana invenzione di ogni religione. Lo ricordo sorridendo perché rivisto in erasmus e portato in una tesina d’esame. Un esame ispanico di una serenità disarmante, traslato in Italia per un difficilissimo corso di Semiotica del Visibile.

Stanley, vecchio mio, mi manchi.